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martedì 28 febbraio 2017

mattino del 27 novembre...

tu nebbia impalpabile
e scialba

27 novembre 2016
ore 7.20














Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
      su l’alba,












da
"Canti di Castelvecchio"

NEBBIA
Poesia di
Giovanni Pascoli

Montagna&Montanari post del 6 ottobre 2012




domenica 13 dicembre 2015

Castelvecchio Pascoli, 12 Dicembre 2015


in ricordo di questo giorno di tristezza









Il Ciocco
di Giovanni Pascoli


Canto Primo


     Il babbo mise un gran ciocco di quercia
su la brace; i bicchieri avvinò; sparse
il goccino avanzato; e mescè piano
piano, perchè non croccolasse, il vino.
Ma, presa l’aria, egli mesceva andante.
E ciascuno ebbe in mano il suo bicchiere,
pieno, fuor che i ragazzi: essi, al bicchiere
materno, ognuno ne sentiva un dito.
Fecero muti i vegliatori il saggio,
lodando poi, parlando dei vizzati
buoni; ma poi passarono allo strino,
quindi all’annata trista e tribolata.
E le donne ripresero a filare,
con la rócca infilata nel pensiere:
tiravano, prillavano accoccavano
sfacendo, i gruppi a or a or coi denti.
Come quando nell’umida capanna
le magre manze mangiano, e via via,
soffiando nella bassa greppia vuota,
alzano il muso, e dalla rastrelliera
tirano fuori una boccata d’erba;
d’erba lupina co’ suoi fiori rossi,
nel maggio indafarito, ma nel verno,
d’arida paglia e tenero guaime;
così dalla mannella, ogni momento,
nuova tiglia guidata era nel fuso.
   Io dissi: “Brucia la capanna a gente!„
E i vegliatori, col bicchiere in mano,
tutti volsero gli occhi alla finestra,
quasi a vedere il lustro della vampa,
ad ascoltare il martellare a fuoco,
ton ton ton, nella notte insonnolita.
Non c’era nella notte altro splendore
che di lontane costellazioni,
e non c’era altro suono di campana,
se non della campana delle nove,
che da Barga ripete al campagnolo:
- Dormi, che ti fa bono! bono! bono! -
Non capparone ardeva per le selve,
zeppo di fronde aspre dal tramontano;
non meta di vincigli di castagno,
fatti d’agosto per serbarli al verno;
non metato soletto in cui seccasse
a un fuoco dolce il dolce pan di legno:
sopra le cannaiole le castagne
cricchiano, e il rosso fuoco arde nel buio.
Al buio il rio mandava un gorgoglìo,
come s’uno ci fosse a succhiar l’acqua.
Tutto era pace: sotto ogni catasta
sornacchiava il suo ghiro rattrappito.
In cima al colle un nero metatello
fumava appena in mezzo alla Grand’Orsa.
Che bruciava?... La quercia, assai vissuta,
fu scalzata da molte opre, e fu svelta
e giacque morta. Ma la secca scorza,
all’acqua e al sole rifiorì di muschi
e un’altra vita brulicò nel legno
che intarmoliva: un popolo infinito
che ben sapeva l’ordine e la legge,
v’impresse i solchi di città ben fatte.
E chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevavali dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori.
Quando s’udì l’ingorda sega un giorno
rodere rauca torno torno il tronco;
e il secco colpo rimbombò del mazzo
calato da un ansante ululo d’uomo.
E il tronco sodo ora spuntava fuori
la zeppola d’acciaio con uno sprillo,
or la pigliava, e si sentiva allora
crepare il legno frangolo, e stioccare
le stiglie or dalla gran forza strappate,
ora recise dalla liscia accetta:
lucida accetta che alzata a due mani
spaccava i ciocchi e ne facea le schiampe.
Le schiampe alcuno accatastò; poi altri
se le portò nella legnaia opaca.
Del popolo infinito era una gente
rimasta in un dei ciocchi. Ebbe l’accetta
molte case distrutte, ebbe d’un colpo
il mazzo molte sue tribù schicciate.
Ma i sorvissuti non sapean già nulla
chè, volgendo i lor mille anni in un anno,
chi schivò l’ascia, chi campò dal mazzo,
l’ago sentì, che, dopo un po’ che cuce,
il Tempo, uggito, punta nel lavoro,
e se ne va. Nessuno ora sapeva
che il mondo loro fu congiunto al tutto
della gran quercia, sotto un cielo azzurro.
Sapeva ognuno che non c’era altr’aria
che quell’odor di mucido, altro suono
che il grave gracilar delle galline
e il sottile stridìo dei pipistrelli:
dei pipistrelli che pendeano a pigne
dai cantoni, nel giorno, quando il sole
facea passare i fili suoi tra i licci
d’una tela che ordiva un vecchio ragno.
Così passava la lor cauta vita
nell’odoroso tarmolo del ciocco:
e chi faceva nuove case ai nuovi.
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori.
   E videro l’incendio ora e la fine
i vegliatori: disse ognun la sua.
   E disse il Biondo, domator del ferro,
cui la verde Corsonna ama, e gli scende
cantando per le selve allo stendino,
e per lui picchia non veduta il maglio:
   “Vogliono dire ch’hanno tutti i ferri,
quanti con sè porta il bottaio, allora
ch’è preso a opra avanti la vendemmia:
l’aspro saracco, l’avido succhiello,
e tenaglie che azzeccano, e rugnare
di scabra raspa e scivolar di pialla.
Che non hanno bottega: a giro vanno
come il nero magnano, quando passa
con quello scampanìo sopra il miccetto;
ossia concino, o fradicio ombrellaio,
voce del verno, la qual morde il cuore
a chi non fece le rimesse a tempo.
Né lëo lëo vanno, come loro.
Piglian le gambe e stradano, la vita,
come noi, strinta dal grembial di cuoio„
   E disse il Topo, portatore in collo,
primo, fuor che del Nero; sì, ma questi
porta più poco, e brontola incaschito:
— Carico piccolo è che scenta il bosco:-
   “Vogliono dire ch’han la tiglia soda
più che nimo altri che di mattinata
porti in monte il cavestro e la bardella.
E hanno l’arte, perchè intorno al peso
girano ora all’avanti ora all’indietro
or dalle parti, per entrarci sotto.
Se lo possono, via, telano; quando
non lo possono, vanno per aiuto
e su e su, per una carraiuola:
come una nera fila di muletti
di solitari carbonai, su l’Alpe,
che in quel silenzio semina i tintinni
de’ suoi sonagli. Alcuno ecco s’espone,
come anco noi, per ragionar con altri
che scende, e frescheggiare allo sciurino„
   E disse il Menno, vangatore a fondo,
a cui la terra, nell’aprir d’aprile,
rotta e domata ai piedi ansa e rifiata:
e’ la sogguarda curvo su l’astile:
 “Ho inteso dire ch’hanno i suoi poderi,
come noi. Sotto le città ben fatte
coltano un campo sodo: che bel bello
si fa lo scasso, e qua si tira dentro,
là si leva la terra, e si tramuta
con le pale, o valletti e cestinelle.
La pareggiano, seminano. Nasce
un’erba. Ed ecco poi vanno a pulirla,
levano il loglio, scerbano i vecciuli,
e scentano la sciamina, cattiva,
e la gramigna, che riè cattiva,
e i paternostri, ch’è peggior di tutte.
A suo tempo si sega, lega, ammeta,
scuote, ventola, spula. Eccolo bello
nel bel soppiano dai due godi il grano„
   E disse il Bosco, buon pastor di monte,
ch’era ad albergo: egli da Pratuscello
mena il branco alla Pieve, a quei guamacci;
per là dicon guamacci: è il terzo fieno:
   “Ho inteso dire ch’hanno le sue bestie:
quali, pecore, e quali, proprio bestie,
ossia da frutto, ovvero anche da groppa.
Ma piccoline e verdi queste, e quelle
con una lana molle come sputo:
pascono in cento un cuccolo di fiore.
E il pastore ha due verghe, esso, non una:
due, con nodetti, come canne; e molge
con esse: le vellica, e danno il latte;
o chiuse dentro, o fuori, per le prata:
come noi, che si molge all’aria aperta,
nella statina, le serate lunghe:
quando su l’Alpe c’è con noi la luna
sola, che passa, e splende sui secchielli,
e il poggio rende un odorin che accora„
   E disse il Quarra, un capo, uno che molto
girò, portando santi e re sul capo,
di là dei monti e del sonante mare:
ora s’è fermo, e campa a campanello:
   “Lessi in un libro, ch’hanno contadini
come noi; ma non come mezzaiuoli
timidi sol del Santo pescatore,
e che, d’Ottobre, quando uno scasato,
cerca podere, a lui dice il fringuello:
   — Ce n’è, ce n’è, ce n’è, Francesco mio!-
Quelli no: sono negri. Alla lor terra
venne un lontano popolo guerriero,
che il largo fiume valicò sul ponte.
Fecero un ponte: l’uno chiappò l’altro
per le gambe, e così tremolò sopra
l’acqua una lunga tavola. Fu presa
la munita città, presi i fanciulli,
ch’or sono schiavi e fanno le faccende;
e il vincitore campa a campanello„
E qui la China, madre d’otto figli
già sbozzolati, accoccò il filo al fuso,
mise il fuso sul legoro, le tiglie
si strusciò dalla bocca arida; e disse:
   “Io l’ho vedute, come fanno ai figli
le madri, ossia le balie. Hanno i figlioli
quasi fasciati dentro un bozzolino.
Lo sa la mamma che lì dentro è chiuso
il lor begetto, ch’è cicchin cicchino,
e dorme, e gli fa freddo e gli fa caldo.
Lasciano all’altre le faccende, ed esse
altro non fanno che portare il loro
furigello ora all’ombra ed ora all’aspro,
in collo, come noi; ch’è da vedere
come via via lo tengono pulito,
come lo fanno dolco con lo sputo;
e infine con la bocca aprono il guscio,
come a dire, le fasce; e il figliolino
n’esce, che va da sé, ma gronchio gronchio„
Così parlando, essi bevean l’arzillo
vino, dell’anno. E mille madri in fuga
correan pei muschi della scorza arsita,
coi figli, e c’era d’ogni intorno il fuoco;
e il fuoco le sorbiva con un breve
crepito, nè quel crepito giungeva
al nostro udito, più che l’erme vette
d’Appennino e le aguzze alpi Apuane,
assise in cerchio, con l’aeree grotte
intronate dal cupo urlo del vento,
odano lo strider d’un focherello
ch’arde laggiù laggiù forse un villaggio
con le sue selve; un punto, un punto rosso
or sì or no. Né pur vedea la gente
là, che moriva, i mostri dalla ferrea
voce e le gigantesse filatrici:
i mostri che reggean concavi laghi
di sangue ardente, mentre le compagne
con moto eterno, tra un fischiar di nembi,
mordean le bigie nuvole del cielo.
Ma non vedeva il popolo morente,
gli dei seduti intorno alla sua morte,
fatti di lunga oscurità: vedeva,
forse in cima all’immensa ombra del nulla,
su, su, su, donde rimbombava il tuono
della lor voce, nelle occhiute fronti,
da un’aurora notturna illuminate,
guizzare i lampi e scintillar le stelle.
   E lo Zi Meo parlò. Disse: “Formiche!
L’altr’anno seminai l’erba lupina.
Venne la pioggia: non ne nacque un filo.
Vennero i soli: il campo parea sodo.
Un giorno che v’andai, vidi sul ciglio
del poggio un mucchiarello alto di chicchi.
Guardai per tutto. Ad ogni poco c’era
un mucchiarello. Erano semi, i semi
d’erba lupina. Avean rumato poco?
Non un chicco, ch’è un chicco, era rimasto!
Aveano fatto, le formiche, appietto!
E ben sì che v’avevo anco passato
l’erpice a molti denti, e su la staggia,
per tutte bene pianeggiar le porche,
mi facev’ir di qua dì là, come uno 
fa, nel passaggio, in mezzo all’Oceano„

domenica 18 gennaio 2015

lo scricciolo











L' UCCELLINO DEL FREDDO
di Giovanni Pascoli
"Canti di Castelvecchio"- 3a edizione - 1905
 Zanichelli Editore

I

Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
    che sgrigiola, il vetro che incrina…
    trr trr trr terit tirit

II

Viene il verno. Nella tua voce
    c’è il verno tutt’arido e tecco.
Tu somigli un guscio di noce,
    che ruzzola con rumor secco.
T’ha insegnato il breve tuo trillo
    con l’elitre tremule il grillo…
    trr trr trr terit tirit

III

Nel tuo verso suona scrio scrio,
    con piccoli crepiti e stiocchi,
il segreto scricchiolettio
    di quella catasta di ciocchi.
Uno scricchiolettio ti parve
    d’udirvi cercando le larve…
    trr trr trr terit tirit

IV

Tutto, intorno, screpola rotto.
    Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
Così rompere odi lì sotto,
    così screpolare lì dietro.
Oh! lì dentro vedi una vecchia
    che fiacca la stipa e la grecchia…
    trr trr trr terit tirit

V

Vedi il lume, vedi la vampa.
    Tu frulli dal vetro alla fratta.
Ecco un tizzo soffia, una stiampa
    già croscia, una scorza già scatta.
Ecco nella grigia casetta
    l’allegra fiammata scoppietta…
    trr trr trr terit tirit

VI

Fuori, in terra, frusciano foglie
    cadute. Nell’Alpe lontana
ce n’è un mucchio grande che accoglie
    la verde tua palla di lana.
Nido verde tra foglie morte,
    che fanno, ad un soffio più forte…

    trr trr trr terit tirit



Alpi Apuane  - 28 dicembre 2014



mercoledì 12 novembre 2014

La Schilletta di Caprona di Giovanni Pascoli

da:
CANTI DI CASTELVECCHIO

LA SCHILLETTA DI CAPRONA


I
Sonata già l'Avemaria
  dalla chiesa di Caprona,
si sente correre via via
  la schilletta che risòna.

Il poco viene dopo il tanto;
  come là nella capanna:
un pianto ancora, un po' di pianto,
  dopo tanta ninnananna!

II
Un'ombra va col tintinnìo
  di quel vecchio campanello;
e l'ombra passa lungo il rio,
  gira il piccolo castello,

si ferma un poco ad ogni soglia,
  come vuole ancor quel primo
che non si sa chi fu, che voglia;
  ch'era Nimo, il vecchio Nimo.

III
Fu quando non c'era la fonte,
  né la chiesa né il becchino.
Il suo muletto cadde in monte;
  gli lasciò solo il bronzino,

che avea maravigliato i botri
  e le polle col suo canto,
quand'egli andava a su con gli otri,
  al Saltello, al Lago Santo.

IV
Al suon di questo che, le notti,
  nell'immobile abetina
squillava tra i silenzi rotti
  dal crocchiar di qualche pina,

che su gli abissi senza voce
  mise il suo dondolìo blando;
ognuno fa il segno di croce
  che si fa pericolando.

V
O vecchio, o nostro vecchio buono,
  or ci sono due campane;
ma quel tuo piccoletto suono
  nel castello tuo rimane.

O Nimo, o nostro vecchio Nimo!
  or c'è un doppio bello e grave;
ma tu per noi sei stato il primo
  a dirci Ave! Ave! Ave!

VI
E noi l'amiamo, il tuo bronzino,
  che ci mandi, quando imbruna:
lo mandi per un fanciullino:
  io lo vidi a un po' di luna.

A un raggio pallido lo vidi:
  è un ragazzo ch'hai, là, teco:
un garzonetto che ti guidi,
  perché forse tu sei cieco.

VII
Lo mandi a noi su la sericcia,
  che si chiudono le porte:
ha i piedi scalzi, ma scalpiccia
  sopra tante foglie morte;

non parla, ma passando in fretta
  sgrolla qualche secco ramo;
per farci udir la tua schilletta

  prima che ci addormentiamo.





"Quanto poi alla Schilletta di Caprona, m'informa l'amico Leonardo Mordini di Barga che si riferisce all'uso - praticato anche in altri luoghi del barghigiano - di far girare a un'ora di notte un ragazzo con un campanello in mano davanti agli usci delle case per invitare i fedeli a pregare per le anime del purgatorio e che deriva da un lascito di una persona pia, morta da tempo immemorabile e rappresentata fantasticamente (giacchè non si sa' più chi fosse e come si chiamasse) nel vecchio Nimo; nome che nel vernacolo lucchese corrisponde a quello assunto da Ulisse in presenza del ciclope Polifemo : Nessuno. "

da :
Le Tradizioni Popolari nella poesia Pascoliana  di Giovanni Giannini
in  "Lucca a Giovanni Pascoli"
a Cura del Comune di Lucca  XII Ottobre MCMXXIV




nota:  schilletta
da  schilla, campanaccio delle vacche, variante del temine "squilla, campana"
da "Dizionario Garfagnino" di A.Bertozzi - Ed. Comunità Montana delle Garfagnana
Banca della Identità e della memoria 2007