mercoledì 9 maggio 2012

"THE HAMMERLESS GUN" Poesia di Giovanni Pascoli

da: I Canti di Castelvecchio

      Giovanni Pascoli
      1912   -  2012
   





"THE HAMMERLESS GUN"


To the children Percy and Valente de Bosis



 Dunque un hammerless! un... hammerless! (dono
 
del vostro babbo, o Percy, o Valentino;
 
del nostro Adolfo, il sapiente, il buono

 
simposiarco)... O montanine belle,
 
lo vedrete il maestro di latino!
 
sì, lo vedrete il pedagogo imbelle!

 
E lungamente mi sorriderete,
 
quando venite ai Vespri a questa Cura
 
di San Nicola. Un hammerless! Sapete?
 
che non ha cani: a triplice chiusura.

 
-Bello, ma dica: quello del Fusari...
 
-Questo è un hammerless! -  Quello non ha cani.
 
-Questo è inglese! - Ah! inghilese!  - Di Field, cari!-

 
Tacciono: io regno indifferente e cupo.
 
-Codeste selve batterò domani...
 
tra me dico, a voce alta.  - In bocca al lupo! –

 
Ecco l'alba (tra selve aride i fossi
 
vanno col fumo di vaporiere),
 
piena d'un tintinnìo di pettirossi,
 
cui risponde un tac tac di capinere...

 
Su la nebbia che fuma dal sonoro
 
Serchio, leva la Pania alta la fronte
 
nel sereno: un aguzzo blocco d'oro,

 
su cui piovano petali di rose
 
appassite. Io che l'amo, il vecchio monte,
 
gli parlo ogni alba, e molte dolci cose
 
gli dico:

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LA PANIA

 
O monte, che regni tra il fumo
 
del nembo, e il suo lampo e il suo squillo,
 
tu nutri nei poggi il profumo
 
del gracile timo serpillo.

 
Tu pascoli le api, o gigante:
 
tu meni nei borri profondi
 
la piccola greggia ronzante.

 
Sei grande, sei forte: e dai cavi
 
tuoi massi tu gemi, tu grondi
 
del limpido flutto dei favi.

 
Sei buono tu, grande tra i grandi;
 
né spregi la nera capanna.
 
Al pio boscaiolo tu mandi
 
sovente la ricca tua manna.

 
Gli mandi un tuo sciame, che scende
 
giù giù per la valle remota,
 
qual tremulo nuvolo, e splende.

 
Lo segue un tumulto canoro;
 
ché timpani, cembali, crotali 

     chiamano il nuvolo d'oro.


  Dico: egli ride roseo, ma scorso
  il suo minuto, ridoventa azzurro
 
e grave. Io scendo lungo il Rio dell'Orso;
 
ne seguo un poco il fievole sussurro.

 
E me segue un tac tac di capinere,
 
e me segue un tin tin di pettirossi,
 
un zisteretetet di cincie, un rererere

 
di cardellini. Giungo dove il greto
 
s'allarga, pieno di cespugli rossi
 
di vetrici: il mio luogo alto e segreto.

 
Giungo: e ne suona qualche frullo, un misto
 
di gridii, pigolii, scampanellii,
 
che cessa a un tratto. L'hammerless m'ha visto
 
un fringuello, che fa: Zitti! sii sii


(sii sii è nella lingua dei fringuelli
 
quello che hush o still, o Percy, in quella
 
di mamma: zitti! tacciano i monelli)...

 
E sento tellterelltelltelltelltell (sai?
 
tellterelltelltelltell nella favella
 
dei passeri vuol dire come out! fly!

 
scappa, boy, c'è il babau!)... Dunque più nulla.
 
Silenzio. Odo il ruscello che gorgoglia,
 
e non altro. Il fringuello agile frulla
 
e, lontano, finc finc... Cade una foglia...

  Proprio l'ultima (guardo) d'un querciolo
 
secco! E` bastato il soffio di quell'ala,
 
è bastata la molla di quel volo:

 
eccola giù. Mi siedo sopra il greppo.
 
Era come una spoglia di cicala
 
(penso), rimasta a quel non più che un ceppo:

 
era gialla, era gracile; ma era
 
l'ultima; che più dì, pendula, tenne...
 
Come il povero vecchio ora dispera,
 
vicino al Rio che mormora perenne!

 
Sono mesto. Perché? Non lo so dire.
 
Intanto, tra le canne, tra la stipa,
 
sento un brusire ed uno squittinire,

 
che dico? un parlottare piano piano.
 
Ma sì, parlano a me, che dalla ripa
 
tacito ascolto, il mento su la mano.


 
Sento:

IL PITTIERE


- Tin tin! anche te? che c'invidi
 
due pippoli e due gremignoli?
  tin tin, te che piangi sui nidi
 
che pìano pìano soli?

 
Si viene, tu vedi, da bianche
 
montagne, da boschi d'abeti,
 
con l'ale, puoi credere, stanche.

 
Si fa questi bruci, che sono
 
nei bussoli e negli scopeti...
 
Sapessi che fame!... Sii buono! -.


 
E poi:








LA CAPINERA


 -Tac tac! anche te? non rammenti
  le sere di quella tua mesta
 
città? le tue lagrime ardenti?
 
quel canto d'ignota foresta

 
tra l'onda di tante campane,
 
tanti urli di folla, e tra il sordo
 
fragore di ruote lontane?

 
Piangevi: e sonava il mio canto,
 
con l'eco d'antico ricordo,
 
col suono di nuovo rimpianto –.

 
E poi:












L'ALLODOLA




 
- Uid uid! anche tu ci fai guerra?
 
tu che ci assomigli pur tanto,
 
col nido tra il grano, per terra,
 
ma sopra le nubi, col canto?

 
Te rode una cura segreta;
 
tu cerchi l'oblìo de' tuoi mali.
 
Ma sei come tutti, o poeta?

 
Tu piangi il tuo povero nido
 
per terra... Ma vieni, ma sali,
 
ma lancia nel sole il tuo grido! –

 
Cara allodola! - E dopo? - Dopo? Impugno
 
l'hammerless e... ritorno via. Si rischia
 
d'infreddare: gennaio non è giugno.
 
Tra i ginepri c'è un merlo che mi fischia.

 
E un forasiepe: - Eh! tu torni... so dove.
 
Oh! il tuo bel nido, che nemmen ci piove! 









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